martedì 11 agosto 2009

Carlo Loffredo. Mito del Jazz.


Intervista con Carlo Loffredo, mito del Jazz.
Natalia Simonova
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Natalia Simonova. La musica ha sempre avuto un ruolo importante nella Sua vita?

Carlo Loffredo. Si, è vero. La musica è stata la mia priorità da sempre. Io ho cominciato da bambino, ascoltando i dischi. I soldi che mi davano a casa per il tram per andare a scuola, io li mettevo da parte, spostandomi a piedi. Dopo aver risparmiato, mi compravo un disco, che all’epoca costava 7 lire. Oggi questo denaro non conta niente, ma allora negli anni 30-40 valeva abbastanza. I dischi erano costosi e bisognava prenotarli, perché arrivavano dall’America, solamente 6-7 esemplari al mese, non di più. Chi li comprava era di solito un aristocratico, oppure una persona facoltosa con un gusto raffinato che poteva spendere il denaro, scegliendo tra i generi diversi: o le canzoni, o il classico, o il jazz, oppure l’opera. I primi dischi di settantotto giri erano grandi venticinque centimetri ,fatti di materiale fragile e si rompevano spesso. I dischi più grandi a trentatre giri sono venuti con la guerra. Un’altra mia grande fonte della felicità era la radio mastodontica che avevamo a casa. Da piccolo mi alzavo di notte per sentire una delle stazioni americane che trasmetteva jazz. La radio l’ho conservata fino oggi con me, come la reliquia dei bei tempi della mia infanzia.

N.S. Carlo, Lei ha un mito?

C.L. Louis Armstrong è indiscutibilmente la mia passione principale. Qualsiasi cosa il grande M° interpretava le dava un senso innovativo, metteva un sentimento tale che diventava una sublimità. Anche una canzonetta come ad esempio “C'est si bon” nelle sue mani suonava diversamente, perché lui sapeva trasformare i pezzi musicali, usando lo spirito carismatico ed un modo unico di vivere le note. Ho conosciuto Armstrong a Roma, quando è venutoin occasione del ”1° Festival dei Due Mondi" a Spoleto. Poi l’ho rivisto tante volte, sono anche andato a casa sua, ho conosciuto la famiglia, la moglie Lucilla. Nel tempo è nata l’amicizia. Nel 1968 a New Orleans Armstrong suonava a casa sua dopo tanto tempo. New Orleans è una città di pescatori che si trova sulle rive del fiume Mississippi ed è nota per la sua ricca eredità culturale, specialmente per la sua musica e la sua cucina. La città aveva organizzato la festa in suo onore, dedicando a Louis Armstrong il Festival del Jazz, al quale parteciparono tanti musicisti di tutto il mondo, compresi noi. Armstrong era sempre attaccato alle sue povere origini , trasmettendole nel jazz professionale.

N.S. Lei è stato l’insegnante di Romano Mussolini?
C.L. Più che insegnato, direi che ho scoperto Romano Mussolini come musicista. Lui suonava il pianoforte a casa sua e non si voleva far sentire dal pubblico, perché si vergognava abbastanza. Essendo una persona estremamente timida, gli serviva una spinta per credere nel suo futuro musicale e concertistico. Dopo averlo sentito suonare a casa sua mi era venuta un’intuizione che lui poteva diventare un grande musicista. Ma Romano pensava: “Mi batteranno le mani perchè sono il figlio di Mussolini, oppure perché sono bravo?” Lui assomigliava moltissimo al padre, sopratutto gli occhi che erano identici a quelli del padre. Spesso il nome ti apre la strada, ma dopo se non sei veramente in gamba, ti si può chiudere la possibilità di andare avanti. Ho creduto nel suo talento, ho cominciato ad impostarlo come musicista jazz per poi suonare insieme a lui. La gente non ha mai reagito modo negativo quando appariva in pubblico. In seguito ,nell'arco di 10 anni abbiamo consolidato il nostro legame professionale, da cui Romano avrebbe mutuato alcune venature popolaresche e “dixie”,che sarebbero divenute caratteristiche del suo modo di suonare. Avevo organizzato il suo primo disco per farlo conoscere al pubblico. Abbiamo suonato con lui in Brasile, in Venezuela, in Canada. Ho scoperto e valorizzato un numero grande di jazzisti, ne citerò qualcuno: Gianni Sanjust, Roberto Podio, Massimo Catalano, Nunzio Rotondo Luca Velotti, Michele Pavese, Carlo Ficini, Jimmy Polosa, Eddie Palermo... Il direttore di una band deve saper intuire le possibilità di un musicista. Se anche in um primo momento non sembra che possa diventare veramente bravo, devi dargli almeno una spinta giusta, proiettare la sua strada nella musica.

N.S. Come è cominciata la Sua carriera musicale?

C.L. Ho cominciato, suonando nei locali di Roma, facendomi conoscere. Dopo ho proseguito con i primi festival del jazz. Uno dei primi in Italia è stato il Festival del Jazz a Firenze nel 1947. La guerra era finita da poco, e nelle grandi città avevano preso il via i concerti jazz che fu una novità per il pubblico italiano. Nel nostro Paese jazz non si era mai sentito. La gente era abituata alle canzoni e canti popolari del Sud. “New Orleans” si potrebbe definire il jazz "napoletano", perché come la musica napoletana parte dal cuore e arriva al cuore.

N.S. Quando è nata la “New Orleans Jazz Band”?
C.L. Nel 1949 quando Louis Armstrong venne a Roma, io con i miei musicisti andammo a prenderlo all’aeroporto. Eravamo molto emozionati dalla possibilità di suonare davanti ad un grande maestro come lui. Dopo aver sentito la nostra esibizione in onore del Suo arrivo in Italia, Armstrong mi chiese: “ Come si chiama la vostra band?” Gli risposi: “ Sinceramente ancora non ha un nome..” Dopo aver riflettuto un attimo, Lui mi disse: “What do you think about “Roman New Orleans Jazz Band”? In quel momento è nata la mia band.

N.S. Carlo, quale è il Suo strumento preferito?

C.L. Il contrabbasso. Ho suonato questo strumento per cominciare. Successivamente ho provato un po’ tutti gli strumenti. Poi ho iniziato con il banjo. Il banjo è un cordofono di origini africane e ha goduto di una grandissima popolarità nel jazz degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso grazie alla sua sonorità. Un’altro strumento che preferisco è il susafon che fa più effetto, più spettacolo. Ma il mio amore segreto rimane sempre il contrabbasso.

N.S. Quale paese del mondo Le ha lasciato più segno nella sua carriera musicale?

C.L. l’Inghilterra. Il pubblico inglese ha una vera cultura del jazz. Gli inglesi hanno avuto da sempre un certo peso del jazz, il fondamento culturale per poterlo capire ed apprezzare. Il pubblico italiano spesso applaude solo perché sei popolare, conosciuto. In Inghilterra invece hanno avuto il jazz come la musica di base. In Italia siamo cresciuti sulle canzoni napoletane e siciliane. Il jazz è da sempre stato considerato il genere musicale secondario, non ha avuto tanta popolarità. Il fatto che nel tempo sono state aperte tante Scuole del Jazz è stato un grande avvenimento culturale. In queste scuole i futuri musicisti possono studiare la tecnica e la base del Jazz. Per suonarlo bene bisogna avere l’attitudine. Molti musicisti lo leggono ma non riescono ad improvvisare, e non dimentichiamoci che di fatto quest’ultima è la caratteristica principale che distingue il jazz.

N.S. Quali sono i Suoi progetti futuri?

C.L. Parto da ottobre con i miei concerti jazz ogni martedì a Cotton Club. L’idea è di trasformare il locale, creando l’atmosfera dei night anni 50. Se i genitori di oggi desiderano di andare a ballare, ricordando i tempi nostalgici della loro gioventù, possono venire a Cotton Club dove troveranno il clima del passato con la pista da ballo e le canzoni intramontabili come ”Again”, “Blue Moon”, “New York”. Bisogna scegliere il repertorio che piace alla gente. Mi viene in mente Mosca degli anni 50 e la voce penetrante di Nilla Pizzi che canta “Podmoscovnie vechera” in russo e in italiano. Questa canzone russa melodica ma semplice interpretata da lei, aveva trasmesso al pubblico internazionale una grande emozione.

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